Mio padre – un racconto inedito di Antonio Dikele Distefano

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Mio padre fissava sempre il telefono. Ricordo che mi
svegliavo la mattina per andare a scuola, e lui era già lì, sul
divano, impotente, perché non suonava mai e se succedeva
era l’avvocato che puntualmente, ogni settimana, ci ricordava
che dovevamo passare da lui in ufficio perché eravamo in
ritardo con i pagamenti.


Papà era un operaio di un’industria automobilistica di
Cesena e, quando lo lasciavano a casa perché non c’era
lavoro, dovevamo sopravvivere con i sussidi della pubblica
assistenza. Un genere di vita che non era certo quello che
desiderava mia madre. Lei in Angola aveva un buon lavoro
e anche qualche immobile. In Italia fu subito costretta a fare
una serie di lavori che non le permettevano di realizzarsi.
Non parlava quasi mai della sua vita precedente, la faceva
stare male. Quel poco che so, me l’ha raccontato papà.
Una madre vorrebbe sempre dare ai propri figli tutto
ciò di cui hanno bisogno, e questa impossibilità la faceva
sentire incapace.
Vivevamo in un quartiere di emarginati, pieno di
luoghi comuni, dove il sogno di una vita diversa passava per
l’illegalità. Via Tommaso Gulli sembrava fatta apposta per
tenerci lontani dalle vie del centro. Non mancava nulla: il
parco, il supermercato, i campi da calcio, la scuola
elementare, media e il professionale, le case popolari nei
palazzi altissimi che ci guardavano dall’alto, i lampioni di
piazza Medaglia d’oro che illuminavano fino a tarda sera i
nostri discorsi, le nostre risate, quando ancora si girava in
bicicletta, consapevoli che non avremmo lasciato quel posto
una volta diventati grandi, nemmeno di notte, nemmeno
mai.

Passavo le sere davanti alla tele a immaginare una vita
simile a quella dei miei compagni, volevo soprattutto i loro
compleanni, le loro camere da letto piene di regali, il loro
equilibrio. Niente di più. Perché una famiglia c’è l’avevo. A
differenza di molti, come ripeteva con orgoglio mamma,
avevo tutt’e due i genitori insieme e una casa mediocre, che
con la fantasia poteva benissimo essere il nostro palazzo.
Imparai presto a non chiedere nulla, ad accontentarmi
delle fotocopie perché i libri costavano troppo, a indossare
senza far storie i vestiti di mio fratello che prima erano stati
di mio padre, a mentire spudoratamente alla maestra che ci
faceva fare il tema “Dove siete stati per le vacanze?”
quando rientravamo dalla sosta natalizia.
Odiavo mentire.
Odiavo mia madre quando vendeva il sangue
all’ambulatorio per comprarci la carne, la nostra Opel
asmatica, le padelle annerite che riempivano la cucina, la
costante paura di essere sfrattati, andare alla partita la
domenica e non trovare nessuno in tribuna a incitarmi,
aspettare quindici minuti in più degli altri all’uscita da
scuola, rientrare a casa dopo l’allenamento e andare subito a
letto perché l’Enel aveva staccato la luce, affrontare tutte
quelle notti immense, da solo.
Alla domanda: «Chi è il tuo idolo?» rispondevo tutte le
volte con un sorriso sincero.
«Mio padre è il mio idolo, perché tutte le mattine si
sveglia per fare un lavoro che non gli piace, solo per me».
All’asilo lo disegnavo sempre più alto di tutti, con
un’espressione seria, ma con le braccia distese che
rappresentavano la sua generosità.

di Antonio Dikele Distefano autore di “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” (Mondadori)

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